04 Settembre 2026

Ulcere cutanee: cosa sono e quali sono i sintomi

Ogni ferita segue una sequenza riparativa prevedibile: infiammazione, proliferazione, rimodellamento. Quando quella sequenza si interrompe e la lesione resta aperta oltre le tre o quattro settimane, la pelle sta segnalando un problema che nasce sotto la superficie, quasi sempre nel modo in cui il sangue raggiunge i tessuti. È la condizione che la medicina definisce ulcera cutanea.

Che cosa sono le ulcere cutanee

Un’ulcera cutanea è una perdita di sostanza che interessa l’epidermide e si estende almeno fino al derma, con margini definiti e un fondo esposto. È questo il dato che la distingue da un’escoriazione o da un taglio superficiale: il danno supera lo strato in grado di rigenerarsi spontaneamente, quindi la chiusura richiede la formazione di tessuto nuovo e lascia quasi sempre un esito cicatriziale.

Alla definizione anatomica se ne affianca una temporale, altrettanto importante nella pratica clinica. Una lesione che non mostra segni di riparazione dopo tre o quattro settimane viene considerata cronica, indipendentemente dalla sua estensione: la dimensione racconta poco, la durata molto.

Da qui deriva la lettura corretta del fenomeno. L’ulcera rappresenta il punto in cui una condizione generale, spesso circolatoria o metabolica, diventa visibile sulla cute. Il trauma iniziale può essere minimo, mentre a determinarne l’evoluzione è il terreno su cui si verifica

Perché una ferita si trasforma in ulcera

La riparazione dei tessuti ha un costo metabolico elevato. Nella sede di una lesione il consumo di ossigeno e nutrienti aumenta rispetto alla condizione basale, perché le cellule devono moltiplicarsi, sintetizzare collagene e ricostruire i capillari. Il sangue è il canale che rende disponibili queste risorse, e quando il flusso risulta insufficiente il bilancio non torna: la richiesta supera stabilmente l’apporto.

Il processo, in quel caso, si arresta nella fase infiammatoria invece di progredire. La lesione resta in uno stato di attività persistente che degrada la matrice appena formata, e la cronicizzazione si autoalimenta.

Un secondo elemento agisce a monte. La sensibilità cutanea funziona come sistema di allarme: segnala la pressione prolungata, il calore, l’attrito. Quando la neuropatia la riduce, il segnale non arriva e il fattore lesivo continua ad agire indisturbato. Un microtrauma trascurato per giorni produce così un danno sproporzionato rispetto alla sua origine.

Quali sono i sintomi delle ulcere cutanee

I segni si susseguono secondo una progressione riconoscibile, e distinguerne le fasi aiuta a capire a che punto si trova la lesione.

L’area può apparire arrossata, calda al tatto e con una consistenza diversa da quella circostante; sulle carnagioni scure la variazione tende al bluastro o assume un aspetto lucido. Compaiono spesso secchezza, desquamazione, prurito e un gonfiore che aumenta nel corso della giornata. È la finestra in cui l’intervento risulta più efficace, ed è anche quella che passa più facilmente inosservata;

La lesione assume un profilo tondeggiante con margini netti, talvolta rilevati e ispessiti, e un fondo che appare depresso rispetto al piano cutaneo. Può emettere un essudato sieroso o ematico. Il dolore varia in base all’origine: intenso e accentuato di notte nelle forme arteriose, sordo o del tutto assente quando la sensibilità è compromessa;

L’attenzione va posta su ciò che cambia rapidamente: aumento di gonfiore, dolore e calore, secrezione densa di colore giallastro o verdastro, odore sgradevole e arrossamento che si estende oltre i bordi indicano una complicanza che richiede una valutazione medica tempestiva.

Dove compaiono più spesso

La sede di una lesione non è casuale: indica quale meccanismo l’ha prodotta. La gamba resta il distretto più colpito in assoluto, perché è il punto in cui la circolazione lavora nelle condizioni più sfavorevoli, con il sangue venoso che deve risalire verso il cuore contro la forza di gravità. La regione tra ginocchio e caviglia, in particolare il versante interno, riflette questa difficoltà.

Quando il problema riguarda invece l’apporto arterioso, la localizzazione si sposta verso le zone più distali e peggio irrorate: dita, talloni, bordo esterno della caviglia, dorso del piede.

Un terzo criterio riguarda i punti in cui l’osso comprime la pelle contro una superficie esterna. Sacro, glutei, fianchi, calcagni e malleoli sono le sedi tipiche delle lesioni da pressione, mentre nel piede diabetico il danno si concentra sui punti di appoggio sottoposti a carico ripetuto durante il cammino.

I tipi di ulcera cutanea

La classificazione segue il meccanismo che ha prodotto il danno, ed è questo a orientare sia la diagnosi sia il trattamento.

  • ulcere venose: rappresentano la quota largamente prevalente delle lesioni agli arti inferiori. Nascono da valvole venose che non trattengono più il flusso di ritorno: il sangue ristagna nelle gambe, la pressione all’interno dei capillari aumenta e il liquido filtra nei tessuti. La cute, tesa e mal nutrita, cede in corrispondenza della caviglia o del terzo inferiore della gamba;
  • ulcere arteriose o ischemiche: qui il problema riguarda il rifornimento invece dello smaltimento. Arterie ristrette dalla placca aterosclerotica non portano abbastanza sangue ossigenato alle estremità, e il tessuto privato di ossigeno va incontro a necrosi. Sono lesioni tipicamente dolorose, con margini netti e fondo pallido, localizzate nelle sedi più periferiche;
  • ulcere neuropatiche: compaiono dove la pressione del cammino si concentra e la sensibilità è venuta meno, condizione frequente nel diabete di lunga durata. L’assenza di dolore permette al carico di agire per giorni sullo stesso punto, e la lesione viene spesso scoperta solo per la comparsa di essudato;
  • lesioni da pressione: derivano da compressione prolungata tra osso e piano di appoggio, in condizioni di mobilità ridotta. Il danno inizia in profondità e affiora sulla cute in un momento successivo.

Le cause più frequenti

Dietro la varietà delle forme cliniche agiscono pochi meccanismi ricorrenti, che spesso si presentano in combinazione nello stesso paziente.

L’insufficienza venosa cronica è la condizione più diffusa: valvole incontinenti e vene dilatate mantengono una pressione elevata nel distretto degli arti inferiori, e quel regime pressorio prolungato altera progressivamente la struttura della cute.

L’aterosclerosi agisce in senso opposto, riducendo il calibro delle arterie e quindi la quantità di ossigeno che raggiunge i tessuti periferici.

Il diabete interviene su più fronti contemporaneamente. La glicemia elevata danneggia i nervi periferici e i piccoli vasi, rallenta la migrazione cellulare necessaria alla riparazione e riduce l’efficienza delle difese contro le infezioni.

La pressione prolungata, infine, completa il quadro nelle situazioni di mobilità limitata: il peso corporeo che grava sempre sugli stessi punti interrompe il microcircolo locale fino a rendere il danno irreversibile.

Chi è più a rischio

I fattori predisponenti si distinguono in due gruppi, secondo il punto in cui intervengono nel processo.

Il primo comprende le condizioni che deteriorano la parete dei vasi nel tempo: età avanzata, fumo di sigaretta, ipertensione arteriosa, colesterolo elevato, obesità e precedenti episodi trombotici. Agiscono lentamente e in modo silente, riducendo la riserva funzionale del circolo prima che compaia qualsiasi sintomo cutaneo.

Il secondo raggruppa le circostanze che aumentano il carico meccanico sulla pelle o ne compromettono la sorveglianza. Rientrano qui l’allettamento, la paralisi, l’uso continuativo della carrozzina, le artropatie che limitano il movimento e la gravidanza, in cui variazioni ormonali e aumento del volume ematico gravano sul ritorno venoso degli arti inferiori.

La sovrapposizione tra i due gruppi definisce il profilo di rischio più elevato. Una persona anziana con diabete e mobilità ridotta accumula fattori che agiscono in modo sinergico invece che semplicemente additivo.

Come vengono diagnosticate

Riconoscere un’ulcera richiede pochi secondi di osservazione. Stabilire da dove proviene richiede un percorso, ed è questa la parte che determina l’esito del trattamento.

Il primo passaggio è l’anamnesi: durata della lesione, modalità di comparsa, caratteristiche del dolore, patologie concomitanti e terapie in corso. Segue l’esame obiettivo, che valuta sede, dimensioni, profondità, aspetto dei margini e del fondo, quantità e natura dell’essudato, oltre alle condizioni della cute perilesionale.

La palpazione dei polsi periferici e la rilevazione degli indici pressori tra caviglia e braccio orientano verso una componente arteriosa, mentre l’ecocolordoppler documenta lo stato del circolo venoso.

Gli esami ematici verificano glicemia, indici di infiammazione e assetto nutrizionale. Il tampone colturale trova indicazione in presenza di segni infettivi, per identificare il microrganismo responsabile.

Radiografia, tomografia o risonanza vengono richieste quando si sospetta un coinvolgimento di tessuti profondi, articolazioni o osso.

Come si trattano le ulcere cutanee

L’approccio si sviluppa su quattro fronti paralleli, perché agire solo sulla lesione visibile lascia intatto il meccanismo che l’ha generata.

  • la detersione della lesione precede qualsiasi altra manovra. La pulizia rimuove essudato, residui e detriti cellulari che ostacolano la riparazione, e riduce la carica microbica sulla superficie. In questa fase trovano impiego soluzioni e formulazioni che associano un antisettico ad ampio spettro come la poliesanide, apprezzata per la buona tollerabilità cutanea, alla detersione meccanica delicata. Quando il fondo presenta tessuto devitalizzato o fibrina, la rimozione va affidata a personale sanitario;
  • la medicazione e la gestione dell’ambiente della ferita. Il tessuto si rigenera in condizioni di umidità controllata, non su una superficie asciutta. La medicazione mantiene questo equilibrio, protegge dai contaminanti esterni e gestisce l’essudato in eccesso. Alcune formulazioni topiche contengono il Rigenase, estratto acquoso di Triticum vulgare studiato per il suo ruolo nei processi riparativi cutanei, disponibile in diverse presentazioni pensate per adattarsi alle caratteristiche della lesione;
  • il trattamento della causa: compressione, scarico, controllo metabolico nelle forme venose la terapia compressiva riduce la pressione nel distretto interessato e resta il presidio di riferimento. Nelle lesioni da pressione e nel piede diabetico serve rimuovere il carico dal punto colpito, mentre il controllo della glicemia condiziona l’intero decorso.

FAQ – Ulcere cutanee

Le ulcere cutanee sono pericolose?

Il rischio dipende dalla tempestività della diagnosi. Una lesione riconosciuta e trattata precocemente evolve verso la guarigione nella maggior parte dei casi. Diventa pericolosa quando viene trascurata, perché la porta d’ingresso resta aperta ai microrganismi e la causa sottostante continua ad agire indisturbata.

Quali sono le complicazioni di un’ulcera cutanea non trattata?

L’infezione rappresenta la complicanza più frequente e può estendersi ai tessuti profondi sotto forma di cellulite, raggiungere articolazioni e osso o diffondersi per via ematica. Nei casi di grave compromissione del circolo può svilupparsi una necrosi tissutale. La lesione, inoltre, tende a cronicizzare.

Quale medico cura le ulcere cutanee?

Il percorso inizia dal medico di medicina generale, che valuta il quadro e indirizza allo specialista appropriato. Secondo la causa intervengono il dermatologo, il chirurgo vascolare, il diabetologo o l’angiologo, spesso affiancati da infermieri specializzati nella gestione delle lesioni cutanee croniche.